CHIESE ed EDIFICI STORICI


Chiesa Parrocchiale della Santa Croce
Foto di Zaira Stabile
La chiesa è di antiche origini e subì vari restauri con l’andare dei secoli. La ricostruzione quasi integrale ci fu nel secolo scorso, in seguito ai gravi danni causati dal terremoto del 26 Luglio del 1805, che compromise tutte le strutture murarie.
Per giungere alla ricostruzione della chiesa attuale passarono numerosi lustri e tra alterne vicende, come si legge in una ricca corrispondenza tra i Sacerdoti, il Consiglio Comunale di Vinchiaturo, il Ministro degli affari interni e l’Intendenza di Molise. I lavori per il completamento della chiesa continuarono fino alla fine del IX secolo, come si legge nella deliberazione del Consiglio Comunale di Vinchiaturo del 27/04/1884 per la costruzione della gradinata del campanile e per l’imbiancamento.
La chiesa è ubicata nella parte alta del paese alla sommità del “borgo vecchio” – “la covatta” – ed anticamente la facciata era rivolta nella parte opposta a quella attuale, poiché il paese era arroccato ai piedi della chiesa, in quel versante scosceso ove ancora oggi vi è una parte, sia pur minima, dell’abitato.
Ai piedi della Chiesa sono visibili i resti di un torrione che era sul primitivo muro di cinta, per la difesa dell’abitato, e che doveva far parte di un castello ubicato molto vicino alla chiesa.
Poiché dall’inizio del XX secolo l’abitato si sviluppo intorno alle strade nazionali la “17 e la 87” la facciata della chiesa fu costruita rivolta verso il nuovo centro abitato che in poco tempo divenne più popolato di quello vecchio.
L’edificio attuale, in pietra locale gravinata, è di stile neoclassico. Il prospetto è a due piani divisi da trabeazioni, e termina con timpano recante nella sottocornice una teoria di modiglioni.
Il portale centrale, più ampio dei laterali che sono timpanati, è a terminazione curvilinea. Le superfici sono suddivise da paraste di tipo tuscanco, con riquadri e due nicchie.
Imponente è la torre campanaria a quattro piani, di cui il piano terra a pianta quadrata e gli altri ottagonali.
Nel primo piano vi è l’orologio, mentre nel secondo e nel terzo vi sono le celle campanarie.
L’interno restaurato nel 1926, è a tre navate senza trasetto, con archi a tutto sesto intervallati da paraste ioniche.
Il coro, datato 1885, è pregevole per la presenza di riquadri dipinti su tavola, nei tredici dorsali degli stalli, ove sono raffigurati il Cristo al centro e gli Apostoli dai caratteri stilistici del settecento e più propriamente di Paolo Gamba da Ripabottoni di cui esistono molti dipinti su tavola, su tela e ad affresco in tante altre chiese molisane ed anche in altre regioni.
Questi dipinti appartenevano alla chiesa più antica e furono recuperati tra le macerie della prima chiesa distrutta dal terremoto del 1805.
Tra i motivi che ricordano la vetustà di questa chiesa vi sono la base dell’attuale fonte battesimale ed il Crocifisso in pietra murato, sul lato sinistro del Sagrato, in corrispondenza della torre campanaria. È questo un reperto dalle caratteristiche del XIV secolo. (tratto da Vinchiaturo, a cura di Giovanni Tartaglia. Lefra Editore)





Badia di Santa Maria di Guglieto
Veduta della Chiesa di S. Maria di Guglieto. Foto F. D'Anchise
La località di Monteverde è a circa cinque chilometri da Vinchiaturo ad un’altezza di circa mille metri s.l.m.
Oggi la zona è raggiungibile con una strada che dalla provinciale Sepinese 69, all’incrocio delle quattro strade - quattro vianove – sale verso Mirabello Sannitico.
Il completo abbandono in cui sono stati lasciati i ruderi della chiesa di S. Maria diGuglieto, sorta un tempo in tale località, ha favorito la scomparsa di tanti pezzi architettonici e decorativi disseminati tra le erbe e gli sterpi.
La parte più alta di Monteverde fu abitata dagli antichi sanniti, e ciò, oltre ad essere affermato da numerosi storici, è provato dalla presenza di numerose tracce di mura megalitiche, costruite con grossi macigni a forma irregolare (mura poligonali), che presentano analogie con i perimetri di altre città sannitiche fortificate del Sannio Pentro, come quelli di Terravecchia (Sepino), di Monte Vairano (Baranello), del Monte Ferrante (Carovilli), del Monte Civitella (Frosolone), di Duronia.
Secondo alcuni storici alla sommità di Monteverde, che domina ad est la vallata di Mirabello, ad ovest quella di Boiano, a sud quella di Sepino e S. Giuliano del Sannio, a nord quella verso Campobasso, sorgeva la città fortificata di Ruffirio, in una posizione strategica adatta alla difesa.
Dionisio, nell’Esc. XIX colloca Ruffirio: “adorientemBovianiapudMontem vulgo Viridem, quo in Apuliamitur “ (Verso l’oriente di Boiano in quella contrada volgarmente detta Monteverde, per la quale si accese in Puglia).
Altri storici come Polibio, Appiano, Festo e Zonara, affermano che la battaglia contro la città fortificata di Ruffirio fu definita “mirumbellum” ed ebbe il suo epilogo fortunato nella zona sottostante la “rocca”, nel versante di Mirabello il cui nome deriverebbe da questo episodio.
La città di Ruffirio seguì la stessa sorte delle altre città sannitiche distrutte dalla furia delle legioni romane, per opera di Quinto Fabio sotto la dittatura di Papirio Cursore.
Dopo tanta rovina, la zona ove era “la Rocca” di Monteverde non rimase del tutto abbandonata; ciò è dimostrato dalla presenza in loco di alcuni reperti romani.
In età romana, probabilmente, la località di Monteverde dovette essere abitata solo da un ristretto numero di pastori e di contadini, mentre la maggior parte della popolazione si insediò più a valle per le migliori condizioni di vita; ciò è avvalorato dalla presenza di alcuni reperti archeologici della civiltà romana ivi rinvenuti, fra i quali tracce di mura, un grosso cippo funerario in Contrada Sterparelle e delle iscrizioni, come: Dis Manibus Tucciaec Llupilla et Livinius El Politicud Coniugi: Sanctissimi et Livini Politicus et Eviethus Dulcissimae Matri.
Mentre le città sannitiche erano poste sulle alture per ragioni di difesa, quelle romane si svilupparono in pianura per la sicurezza raggiunta, per la fertilità dei terreni e per la viabilità.
A Monteverde, fin dal 689, fu edificato un piccolo convento di benedettini di Dauferio Frangipane, giunto da S. Pietro Avellana. Si tratta di uno dei primi insediamenti di benedettini del Molise insieme a quelli di S. Vincenzo al Volturno e di S. Maria di Canneto, in agro di Roccavivara.
Con l’andare del tempo il convento fu ingrandito e, nel secolo XII, raggiunse grande notorietà poiché, tra l’altro, vi fu costituita una corporazione dei lavoratori della Pietra.
Nel secolo XII il convento di Monteverde fu ampliato sia perché divenne sede dellacorporazione dei maestri scalpellini che operavano in tutta l’area della regione sia per le attività che i monaci svolgevano, come l’evangelizzazione, la pastorizia, il lavoro dei campi.
Nello stesso periodo fu costruita anche la chiesa, poiché quella annessa al convento primitivo non era più sufficiente a soddisfare le esigenze di culto per l’accresciuta popolazione della cittadella che si era andata sviluppando intorno al convento.
La chiesa, posta sul lato destro del convento, era intitolata a S. Maria di Guglieto (l’appellativo “Guglieto” deriva da guaglia, altura per antonomasia).
Sul Chron “S. Sophiae di Benevento” – col. 471 -si legge… “Grandiosa e severa era l’Abbazia Monteverdina”.
L’importanza da essa raggiunta potrebbe essere attestata anche dal fatto che alcuni Papi come Niccolò II (1058-1061), Vittore III (1086-1087), Celestino V (1284-1296), concessero dei privilegi. Successivamente, nel 1321, Giovanni XXII contribuì, con una cospicua somma, all’abbellimento del tempio, la cui struttura era a tre navate terminanti con abside ornate da eleganti monofore strombate e senza trasetto, con facciata a salienti, affiancata da torre campanaria. Esso aveva due ingressi: uno sul prospetto principale e l’altro sul lato destro; presentava cioè gli stessi caratteri stilistici di tante altre chiese romaniche nel Molise.
L’abbazia aveva raggiunto uno sviluppo notevole anche per il contributo del popolo che partecipava alla sua vita, quando, nel 1349, un pauroso terremoto distrusse il convento e molte casupole circostanti, lasciando in piedi la chiesa ed alcune abitazioni. In seguito alle rovine causate dal terremoto rimase sul posto solo un ristretto numero di persone. Dopo oltre un secolo, nel 1456, un altro terremoto distrusse le poche abitazioni superstiti ed ebbe cosi fine la vita intorno alla chiesa ed al convento che rimasero definitivamente abbandonati.
Il tempio, pur tra tante rovine, fu ricostruito dal Cardinale Vincenzo Orsini d’Aragona nel secolo XVII e, successivamente, in quella solitudine, visse nella preghiera e nella contemplazione un eremita, morto sotto le macerie in seguito al terremoto del 1805 che segna la fine di quel monumento romanico.
Oggi del complesso della cittadella monastica rimangono i ruderi delle case e del convento, l’impianto planimetrico della chiesa, nel quale sono ben visibili le due porte, la parte absidale, alcuni pezzi di capitelli e nella parte antistante, una bella lunetta dalle dimensioni abbastanza grosse che decorava il portale principale. Questa lunetta raffigura l’agnello mistico con la testa girata verso la Croce, ad altorilievo, mentre fanno da sfondo, a bassorilievo, sul lato destro un ancora, ed un viticcio simbolo della salvezza dell’anima; sul lato sinistro un motivo a zig – zag, simbolo della luce e della speranza.
Tra queste rovine abbandonate nell’oblio del tempo che, inesorabilmente, tutto cancella, grazie solo alla tenace fede e alla volontà di un benemerito cittadino di Mirabello Sannitico emigrato in America, Giuseppe Margiasso, che nel 1938 provvide a raccogliere dei fondi, sorge ora una chiesetta, che pur nella sua modestia, ricorda un passato gravido di storia: rammenta alle nuove generazioni le antiche vicende di quella terra, la fede, il lavoro, le speranze fiorite li ove oggi regna un silenzio che invita a meditare.
Nell’attuale chiesetta di Monteverde si festeggia ogni anno la “Madonna di Guglieto” nell’ultima domenica di Agosto e, saltuariamente, vi si celebrano delle messe. (tratto da Vinchiaturo, a cura di Giovanni Tartaglia. Lefra Editore)



Chiesa di S. Bernardino da Siena
Facciata della Chiesa di S. Bernardino da Siena. Foto M. Monteleone
Questa chiesetta, ubicata nelle prossimità della chiesa parrocchiale, è intitolata al protettore di Vinchiaturo.
La costruzione, di origine rinascimentale, subì gravi danni col terremoto del 1805. Intorno alla metà del secolo scorso si provvide a ricostruirla e divenne sede della Confraternita dei S.S. Bernardino e Gaetano.
Della chiesa primitiva rimane solo il portale con volute in alto, cornice mistilinea e stemma al centro dell’architrave.
L’interno, ad una navata, non presenta motivi di particolare rilievo artistico.
Sul portale si legge la seguente scritta: Questa chiesta fu dedicata nel 1516 a S. Bernardino da Siena proclamato protettore di Vinchiaturo in ricordo e riconoscenza della sua speciale protezione a questa terra ove predicò nell’anno 1444. Rovinata dal terremoto del 4/X/1913 con l’obolo dei fedeli vinchiaturesi fu restaurata e il 4/X/1923 veniva benedetta e riaperta al culto divino da S.E. Mons. Alberto Romita Vescovo di Boiano – posta A.D. 1957.
Nel Luglio del 2010, per la prima volta nella storia, la preziosa reliquia del Santo Patrono è stata in peregrinatio a Vinchiaturo. Padre Quirino Salomone, Rettore della Basilica di S. Bernardino da Siena in L’Aquila, ha voluto concedere al Parroco don Nico de Candia e a tutti i devoti vinchiaturesi e molisani, il dono della presenza del Corpo delSanto a Vinchiaturo, dove i fedeli hanno potuto venerarlo. (tratto da Vinchiaturo, a cura di Giovanni Tartaglia. Lefra Editore)



Chiesa del Purgatorio
Veduta dall'alto della Chiesa del Purgatorio. Foto M. Monteleone
Questa chiesetta presenta un portale proveniente dal soppresso di S. Lucia che è un buon esempio di stile barocco napoletano, datato 1604.
Le due colonne che affiancano il portale sono di ordine composito ed il fusto, scanalato per i due terzi, presenta nella parte inferiore bassorilievi con figure di puttini ed ornati vegetali.
La trabeazione, sporgente in corrispondenza delle colonne, è ornata nel fregio da una testa di puttino alato, motivo che si ripete al centro, tra organi vegetali.
Si conserva anche la parte lignea del portale, datata 1620, con riquadri intagliati con motivi vegetali e due figure di Santi, a sinistra S. Francesco ed a destra S. Lucia.
Nella parte superiore del portale si legge la seguente scritta: D.O.M. TEMPLUM CONFRATERNITATI SUB TITULO ANIMAR PURGATORII REGALI ASSENSU AN. 1793 ERECTAE DICATUM NOBILI OSTIO OLIM ECCL.AE S. LUCIAE OPPIDI HUIUS IN CEONOBIO MIN. OBSERVATIUM JUSU SUPREMO AN. 1811 SUPPRESSO EXORNATUM ET IN HANC MELIOREM FORMAN CONFRATRUM OPERE CIVIUMQUE PIETATE REDACTUM A.D. XDCCCX – Tempio consacrato nell’anno 1793 con approvazione del Re alla Confraternita con l’epitaffio di anime del purgatorio, abbellito del nobile portale una volta nel cenobio della superba chiesa di S. Lucia di questa città, soppresso nell’anno 1811 per comando supremo dell’Ordine degli osservanti, e ridotto in questi migliore aspetto per devozione nell’anno del Signore 1819 ad opera dei confratelli e dei concittadini.
Da questa lettura di deduce che detto tempietto fu sede della Confraternita del Purgatorio che, all’epoca della sua fondazione, esercitava, come tutte le altre confraternite, un ruolo sociale notevole. (tratto da Vinchiaturo, a cura di Giovanni Tartaglia. Lefra Editore)





Il Convento di S. Lucia
Interno del Convento di S. Lucia. Foto M. Monteleone
Questo massiccio ed elegante palazzo che, dall’alto di una collina domina il paese è lì dall’inizio del ‘600.
Ecco come lo descrive Padre Agostino da Stroncone, in un manoscritto del 1683: a 20 hore giungessimo a Vinchiaturo terra del marchese Longo, diocesi di Boiano, posta in un colle d’aria perfettissima e v’è un bel palazzo del marchese, dentro il quale si vede la torre del carcere, famosa degli antichi Sanniti Vinclatorium che ha dato il nome al paese.
Il Convento nostro che si chiama di S. Lucia sta doi tiri da mano lontano dalla Terra in bellissimo sito. Ha la chiesa dedicata a detta Santa, che con il Convento fu fondata nel 1604. Ha un bel corso a capo dell’altare e quattro cappelle per parte corrispondenti, et una atrio nobile avanti la porta. Il Convento ha il chiostro quadro con colonne di pietra. Sopra ha da havere la loggia simile che di giù il fondatore ha lasciato le pietre lavorate et il capitale da mettere in opera. Ha quattro dormitori con quattro stanze ciascuno et officine comode.
Nulla purtroppo si conosce sulla vita e le opere dei Frati che furono ospiti del Convento. (tratto da Vinchiaturo, a cura di Giovanni Tartaglia. Lefra Editore)





Il Convento di S. Maria delle Macchie
Mentre nell’alto poggio di Monteverde, i Benedettini avevano fondato il cenobio, nella località meridionale di Vinchiaturo e quasi nelle vicinanze della pianura sul bacino del Biferno, in mezzo a folta boscaglia, sorse nel 1298 il Santuario di S. Maria della Croce, chiamato comunemente delle Macchie, dal luogo in cui fu edificato.
La Chiesa era addossata ad un Convento, gestito e mantenuto dai Carmelitani Scalzi, che possedevano anche una cospicua proprietà immobiliare, che si estendeva dagli argini del torrente Quirino fino alla località denominata Sant’Angelo dove vi era un’antica Cappelletta.
Il simulacro che si venera, ora, nella cappella rifatta a nuovo, e che rappresenta la Madonna col Bambino è di fattura bizantina ed indicava sin dagli inizi, la Vergine del Carmelo. Fu solo in seguito, durante la dominazione spagnola, quando nel Santuario s’istituì una Confraternita, che la Chiesa assunse il titolo di S. Maria della Croce che tuttora possiede. (tratto da Vinchiaturo, a cura di Giovanni Tartaglia. Lefra Editore)





La fontana dei quattro leoni
Veduta della Fontana dei Quattro Leoni. Foto Zaira Stabile
Nella piazza principale del paese è posta la fontana dei "4 Leoni", costruita nel 1899 per volontà del Sindaco Pasquale Martino. Progettata dall'ing. Pasquale Pistilli è costituita da una grande vasca centrale sulla quale piove la vaschetta elevata dello zampillo.
Vi si accede con gradinata a cinque scalini. Sui quattro plinti sono sistemati i leoni che non sono però quelli originali, in bronzo - di ottima fattura e di scuola napoletana - trafugati nell'ottobre del 1997 ma quelli risistemati nel 1998.
Tra le epigrafi c'è questa: IL SECOLO CHE MUORE - AL SECOLO CHE SORGE - QUEST'OPERA AFFIDA PRELUDIO DI FUTURI MIGLIORAMENTI





Il Monumento ai caduti
Il Monumento in onore dei vinchiaturesi morti per la patria nella Guerra del 1915 - 1918 fu inaugurato nel 1927.
Dopo la fine della seconda Guerra Mondiale fu sistemata la lapide in ricordo anche dei deceduti in mare, aria e terra a seguito di tale conflitto, in seguito sostituita da due lapidi orizzontali.












Il Monumento dell’emigrante
Foto Cosimo Paiano
Il monumento, situato nel Parco della Rimembranza, fu lì sistemato ed inaugurato nel 1985, in occasione del "Ritorno a casa" di numerosi emigrati vinchiaturesi sparsi nel mondo. Realizzato su disegno di Umberto Taccola, è un dono dell'Associazione dei Vinchiaturesi di Montreal.













La Crocella
Foto Cosimo Paiano
In piazza Municipio è situata la "Crocella" sistemata nel 1923 lì dove esisteva in antico: su una colonnina di perfetta rastremazione e con capitello jonico terminale, alzata su una base quadrangolare di pietra a due ripiani, il primo dei quali funge anche da sedile.











La “Fontana a monte”
Costruita nel 1869, tale fontana situata nella contrada omonima, reca una scritta in latino che tradotta così recita:
POCA ACQUA SCATURISCE DALLA TERRA - ABBASTANZA PER IL PREZIOSO LAVORO - COSI' L'ACQUA - CHE E' IN POSSESSO DELLA NATURA - GIUNGE COME AMICA. ANNO DEL SIGNORE 1869.












Palazzo Jacampo

Affreschi del Maestro Abele Valerio, 1898. foto Angelo Primiani
Nella parte più alta del centro abitato, accanto alla maestosa Chiesa della Santa Croce, sorge il Palazzo Marchesale di Vinchiaturo, detto anche Palazzo Jacampo.
L’edificio di grande pregio storico è costituito da due corpi contigui ed è risalente ad un periodo antecedente al 1550 anno in cui passò nelle mani del marchese Federico Longo di Napoli che lo acquisì da Camillo Siniscallo (o Senescallo) di Capua. Nel 1805 l’ultimo discendente dei Longo lo cedette alla famiglia Jacampo che vi dimorò fin quasi al termine del XX secolo.
Degni di nota sono i soffitti delle sale principali, finemente decorati nel 1898, dal maestro Abele Valerio. Nel 2010 il palazzo è stato acquistato dalla famiglia Perrella di Vinchiaturo che ha intrapreso una meticolosa opera di ristrutturazione e restauro dell’intero edificio.


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